Trentadue anni dopo, riecco una finale delle matricole: Olanda e Spagna si contenderanno il titolo mondiale domenica sera al Soccer City di Johannesburg e comunque vada sarà il primo, storico successo per una delle due nazioni, da sempre all’avanguardia del movimento calcistico e capaci di produrre alcuni dei più grandi giocatori di sempre.
Ma se gli Orange saranno al terzo tentativo, dopo quelli andati a vuoto nel ’74 e nel ’78 (anno dell’ultima finale da “prima volta”, quella tra Olanda ed Argentina), quando la nazionale più forte di ogni tempo non ha saputo cogliere per i più diversi motivi un successo anche simbolico che avrebbe strameritato, la Spagna tenterà di farcela alla prima finale, ottenuta grazie ad un significativo crescendo di gioco e condizione nelle sei partite giocate.
È stato Carles Puyol a decidere la semifinale contro la Germania, dove ha vinto il più forte, dove ha vinto un’idea di calcio: incolpevoli i tedeschi, che hanno affrontato la partita nel modo più logico, difendendo e provando a ripartire, ma se nel primo tempo la missione era sostanzialmente riuscita, agli iberici è bastato alzare un pò il ritmo per dominare la ripresa, anche se di occasioni se ne sono viste poche.
Ed allora sembra un paradosso che i re della tecnica abbiano dovuto fare ricorso ad un colpo di testa per conquistare la finale ma così non è perchè il possesso palla spagnolo è stato a lungo sterile in quanto non accompagnato da cambi di passo ed acclerazioni. L’esclusione di Torres ha privato di un punto di riferimento l’attacco, Villa tendeva a decentrarsi e per molti minuti la pur balbettante difesa tedesca ha avuto gioco facile.
Si baserà su questo il sogno olandese: difendersi sì, ma non troppo bassi e non troppo passivamente, poi al resto ci penseranno Sneijder e Robben anche se, dal punto di vista atletico, la Spagna sembra stare molto meglio. Il copione è già scritto, mancano solo i ventitre nomi da collocare nella storia.