
Chi si ricorda Sergio Zarate, per gli amici “El Raton”? Ad Ancona purtroppo non se lo saranno dimenticati: era l’anno della prima storica serie A dei marchigiani ed il multicrinito centravanti argentino avrebbe dovuto garantire i gol-salvezza. Finì come finì, l’Ancona precipitò in B già a Natale e “El Raton” passò alla storia come uno dei peggiori stranieri mai arrivati in Italia.
Ebbene, chi se lo fosse dimenticato o non lo conoscesse, avrà quantomeno sentito nominare il suo cognome durante la stagione appena conclusa: lui infatti è il fratello maggiore, ed attuale manager, di Mauro Zarate, senza dubbio il miglior calciatore straniero arrivato quest’anno nel campionato italiano ed indiscusso protagonista della stagione della Lazio.
Non si può infatti esaminare il cammino dei biancocelesti senza partire da ciò che ha fatto vedere in campo “Maurito”: anzi, senza di lui chissà cosa ne sarebbe stato della squadra del presidente Lotito. Gol di destro, di sinistro, su punizione: Zarate ha mostrato un repertorio completo, un repertorio da futuro campionissimo. Abile negli spazi larghi, l’argentino è però irresistibile nel dribbling perchè alle capacità tecniche unisce una forza fisica insospettabile ad una prima occhiata: l’esplosività di una Ferrari in un fisico da monovolume, Zarate ha saputo infilare anche tre dribbling consecutivi senza che l’avversario potesse opporsi.
La storica coppia d’attacco Pandev-Rocchi ha trovato un concorrente inatteso. Dopo una stagione sotto le aspettative, ma condizionata dalla partecipazione alla Champions League, la Lazio si era presentata con tante ambizioni al via del campionato 2008-’09: d’altronde, si diceva, se l’anno precedente ci fosse stato un portiere vero al posto di Ballotta le cose sarebbero andate diversamente.
Ma ecco arrivare il rovescio della medaglia di Zarate: se Mauro è stato la stella della stagione laziale, la delusione stava nascosta tra i pali. Il tanto atteso Juan Pablo Carrizo era finalmente arrivato dopo un anno di parcheggio: doveva essere il nuovo Buffon, si è trattato invece di uno degli equivoci della stagione laziale. È noto che i portieri argentini non ricevano una vera e propria istruzione nel ruolo, arrivano in Europa da sgrezzare e necessitano di un pò di ambientamento, così le prime incertezze contro il Milan vennero perdonate a Carrizo. Ma con il passare dei mesi, tra problemi di ambientamento ed incredibili errori, il portiere preferito di Maradona ha tradito le attesa al punto da costringere Rossi a rispolverare Muslera, che in Coppa Italia si stava disimpegnando bene.
Già, la Coppa Italia: eccola la ciambella di salvataggio della Lazio, l’ancora di salvezza che ha permesso di non mandare agli archivi col segno meno la seconda stagione consecutiva, ma andiamo per ordine. Il campionato inizia benissimo con due vittorie, a Milano arriva una pesante sconfitta ma la squadra si rialza. Alla seconda sosta del campionato, a metà ottobre, la Lazio arriva da capolista: contro un Bologna disastroso non si può che confermare il primato, invece in Emilia i biancocelesti incapperanno nel primo black-out stagionale. Tre gol al passivo in 20′ e sogni raffreddati. Sarà solo la prima delle battute a vuoto di una squadra che vivrà l’intero campionato all’insegna di strisce positive alternate con sconcertanti cadute, soprattutto interne.
La seconda svolta stagionale arriva nel derby del 16 novembre: la Lazio c’arriva con quattordici punti di vantaggio, la Roma è in crisi nera ma Julio Baptista piega i ragazzi di Rossi, che ci mette del suo provando un improbabile tridente Zarate-Rocchi-Pandev. La Lazio cede psicologicamente e non riuscirà più a tenere il passo delle prime.
Il girone di ritorno si trasforma in un allenamento in vista della Coppa Italia, divenuto l’unico obiettivo stagionale dopo che a dicembre il blitz in casa del Milan aveva aperto la porta verso i quarti. Superato il Torino, in semifinale c’è la Juventus: all’andata un 2-1 che non dà tranquillità, ma al ritorno il 22 marzo è il solito Zarate a far volare l’Aquila con un gol dei suoi. Il 13 maggio è il gran giorno della finale, da giocarsi in casa contro la Sampdoria: l’Olimpico è un tripudio di lazialità, per un giorno persino la contestazione a Lotito è un ricordo. Dopo 6′ è sempre lui, Maurito, ad aprire le danze con un destro a giro da urlo, Pazzini pareggia e si va ai rigori: è la favola di Muslera, che ne para due (uno a Cassano), e di Dabo, l’ultimo sopravvissuto della squadra che vinse la Coppa Italia nel 2004, che trasforma il penalty decisivo. Per una notte il pubblico laziale torna a sognare, ma si ripartirà senza Rossi e senza Pandev. Ci sarà però Zarate, ed una coccarda per ricordarsi di quella notte…